{"id":1627,"date":"2018-08-14T13:36:13","date_gmt":"2018-08-14T11:36:13","guid":{"rendered":"http:\/\/www.hellaberent.de\/blog\/?page_id=1627"},"modified":"2021-02-05T15:51:41","modified_gmt":"2021-02-05T13:51:41","slug":"text-4-antico-contemporaneo-sguardi-prospettive-riflessioni-interdisciplinari-alla-fine-della-modernita","status":"publish","type":"page","link":"https:\/\/www.hellaberent.de\/blog\/text-4-antico-contemporaneo-sguardi-prospettive-riflessioni-interdisciplinari-alla-fine-della-modernita\/","title":{"rendered":"Text 4: Antico\/contemporaneo: sguardi, prospettive, riflessioni interdisciplinari  alla fine della modernit\u00e0"},"content":{"rendered":"<p><center><img decoding=\"async\" class=\"alignright size-large wp-image-1628 lazyload\" data-src=\"http:\/\/www.hellaberent.de\/blog\/wp-content\/uploads\/2018\/08\/text5pic-1024x628.jpg\" alt=\"\" width=\"904\" height=\"554\" data-srcset=\"https:\/\/www.hellaberent.de\/blog\/wp-content\/uploads\/2018\/08\/text5pic-1024x628.jpg 1024w, https:\/\/www.hellaberent.de\/blog\/wp-content\/uploads\/2018\/08\/text5pic-300x184.jpg 300w, https:\/\/www.hellaberent.de\/blog\/wp-content\/uploads\/2018\/08\/text5pic-768x471.jpg 768w, https:\/\/www.hellaberent.de\/blog\/wp-content\/uploads\/2018\/08\/text5pic-904x554.jpg 904w\" data-sizes=\"(max-width: 904px) 100vw, 904px\" src=\"data:image\/svg+xml;base64,PHN2ZyB3aWR0aD0iMSIgaGVpZ2h0PSIxIiB4bWxucz0iaHR0cDovL3d3dy53My5vcmcvMjAwMC9zdmciPjwvc3ZnPg==\" style=\"--smush-placeholder-width: 904px; --smush-placeholder-aspect-ratio: 904\/554;\" \/><\/center><\/p>\n<p style=\"font-size: 9px; margin-top: -30px; text-align: right; padding-right: 10px;\">breathing holes for easing earth HellaBerent 2015 detail, Lago Averno, Campi Flegrei, Napoli<\/p>\n<p style=\"text-align: center;\"><strong>Proiezioni e rifrazioni: arte contemporanea e volti dell\u2019antico in territorio campano.<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: center;\">Antico\/contemporaneo: sguardi, prospettive, riflessioni interdisciplinari alla fine della modernit\u00e0<br \/>\nGaia Salvatori<\/p>\n<p>Per immaginare un rapporto fra antico e contemporaneo oltre gli schemi del \u201ctroppo passato\u201d\/\u201ctroppo presente\u201d e lasciare agire la distanza , la metafora della \u201cproiezione\u201d e \u201crifrazione\u201d pu\u00f2 aggiungere qualcosa, oltre i termini pi\u00f9 frequenti di seduzione, memoria, identit\u00e0, eredit\u00e0, riappropriazione, richiamo, attenzione, dialogo, scambio, ripresa, rimando o evocazione. \u201cProiezioni\u201d dai luoghi dell\u2019antica civilt\u00e0 greco-romana sulla realt\u00e0 presente, ma anche del contemporaneo (inteso come ci\u00f2 che va percepito \u00abnel buio del presente\u00bb ) sul passato, e soprattutto \u201crifrazioni\u201d del fascio di luce della storia provocate da incrinature, interferenze del mondo contemporaneo: \u201cintersezioni\u201d, in sostanza, fra il doppio valore (antico\/contemporaneo) che hanno favorito la promozione e la diffusione dell\u2019arte contemporanea in relazione alla valorizzazione di contesti archeologici in territorio campano. Non solo, per\u00f2, di siti mitici e popolari (come Pompei o Ercolano) ma soprattutto di meno noti, finanche trascurati e marginali, pur essendo parte della stessa storia (come Capua e Santa Maria Capua Vetere, Teano, Pithecusa, Liternum o Atella).<\/p>\n<p>Installazioni site-specific, uso di reperti archeologici nell\u2019opera, citazioni, imitazioni, parodie, reinterpretazioni di aspetti del patrimonio antico nell\u2019arte contemporanea chiamano in causa la nozione di \u201cappropriazione\u201d o pi\u00f9 globalmente quella di \u201cstoricit\u00e0\u201d che ha caratterizzato il cosiddetto historiographical e temporal turn d\u2019inizio millennio , e anche quella di \u00abanacronismo\u00bb, secondo la quale il presente, come anche il passato, \u00abnon smette mai di riconfigurarsi\u00bb . D\u2019altra parte \u00e8 dato acquisito dagli studi che l\u2019archeologia rappresenti \u00abuna delle manifestazioni pi\u00f9 significanti\u00bb della cultura del nostro tempo per \u00abla stessa passione della ricerca, la stessa curiosit\u00e0 esploratrice [\u2026] che risponde alla irrequieta propensione del mondo moderno verso l\u2019indefinito allargamento delle conoscenze[\u2026]\u00bb . Cos\u00ec la societ\u00e0 contemporanea, dal suo canto, \u00abha sviluppato un vero e proprio culto della memoria; [\u2026]si cerca laddove domina l\u2019oblio, negli angoli bui della memoria, [\u2026] o ancora in quelle zone d\u2019ombra delle realt\u00e0 locali per recuperare quel sottile e antico legame tra memoria personale e collettiva\u00bb . Gli esempi di \u201cproiezioni e rifrazioni\u201d che in questa sede illustrer\u00f2 rispondono a questo stato di cose e si snodano come operazioni artistiche diverse fra loro e tuttavia accomunate da una qualche forma di relazione \u201cesploratrice\u201d con il territorio campano, i suoi \u201cangoli bui\u201d, le sue risonanze, le sue seduzioni. Queste ultime, in particolare, hanno esercitato uno straordinario influsso sull\u2019immaginario moderno soprattutto quando il sito archeologico a cui ispirarsi o su cui interrogarsi \u00e8 stato Pompei.<\/p>\n<p>In una mostra al Getty Villa di Los Angeles nel 2012 , l\u2019americano Allan Mc Collum ripropose in serie The dog from Pompei (opera del 1993 oggi esposta al museo MADRE di Napoli) che, riprendendo il calco del cane ritrovato nel 1874 davanti alla casa di Vesonius Primus, risvegliava l\u2019attenzione sui calchi in gesso della vita pietrificata dall\u2019eruzione del Vesuvio. Si trattava, naturalmente, di repliche moderne che enfatizzano la procedura della serialit\u00e0, propria della produzione artistica greco-romana , ma anche riproponevano la \u201cmeraviglia\u201d di un mito: l\u2019aver saputo riportare alla luce \u2013 da parte di una \u201cinvenzione\u201d archeologica ottocentesca &#8211; la vita vera, seppur pietrificata, della gente e degli animali della citt\u00e0 campana distrutta dall\u2019eruzione del Vesuvio del 79 d.c.. Oggetti creati dal nulla (da uno spazio vuoto), fantasmi di persone bloccate nell\u2019istante della morte, o opere d\u2019arte esse stesse? Inevitabile andar indietro con la mente alle parole di Cesare Brandi secondo il quale \u00abin quei gessi non si aveva [\u2026] il canone fisso di un\u2019estetica tramontata, ma la vita stessa che, al di l\u00e0 della morte, continuava a pulsare sotto i nostri occhi. [\u2026] \u00bb . Ebbene, sia come oggetti vuoti che come fantasmi di corpi veri e, alla stregua di opere d\u2019arte, di recente venti calchi restaurati sono stati riproposti in un allestimento in cui, in una piramide nell\u2019anfiteatro pompeiano, librano come sospesi nel vuoto . Oltre che vita pietrificata, per\u00f2, ognuno di essi \u00e8 come una scultura che &#8211; potremmo dire con Heidegger &#8211; \u00absarebbe il farsi-corpo dei luoghi\u00bb . E ci\u00f2 convince soprattutto quando il \u201cluogo\u201d \u00e8, come Pompei, tra i miti della storia dell\u2019umanit\u00e0: un luogo simbolico che pu\u00f2 quasi travalicare se stesso per presentarsi anche come luogo di culto della cosiddetta \u201ceternit\u00e0 delle rovine\u201d : le stesse che lo scultore Igor Mitoraj ha inteso \u201crisvegliare\u201d calando dall\u2019alto, fra le strade e le piazze della citt\u00e0 sepolta, come \u201csogni\u201d, trenta colossi ed eroi mitologici in bronzo .<\/p>\n<p>Pompei e i siti limitrofi possono, per\u00f2, essere anche colti in un diverso gioco di prospettive e contaminazioni specie se ci si riaggancia all\u2019ambiente altamente evocativo del paesaggio naturale di cui \u00e8 parte . E\u2019 il caso della \u00abtraduzione poetica\u00bb della villa di Poppea da parte di Laura Cristinzio , ma anche degli studi che Giulio Paolini ha dedicato alla Villa dei Misteri convinto che \u00abl\u2019opera d\u2019arte arrivi da lontano, all\u2019insaputa del suo autore\u00bb e che \u00abnon \u00e8 l\u2019artista che proietta qualcosa di s\u00e9 nell\u2019opera, ma \u00e8 lui a ricevere un\u2019 apparizione\u00bb . Si pu\u00f2, sostanzialmente, \u00abnuotare controcorrente\u00bb anche se ci si rapporta ai luoghi mitici di Pompei o Ercolano, come si avverte incrociando l\u2019opera di Nino Longobardi. Con quest\u2019artista napoletano di nuovo ritroviamo la procedura del calco ma soprattutto della sagoma, dell\u2019impronta, ossia di un percorso creativo per sottrazione nel ventre dell\u2019immagine: sagome che con la scelta cromatica del bianco cenere ricordano la calcificazione lavica dei corpi legata alla storia del Vesuvio e che sanno fare da contrappeso alla mole grandiosa di certe statue antiche, come l\u2019Ercole Farnese . Longobardi, dunque, non riprende motivi classici ma scava nell\u2019antico, come qualcosa che appartiene non alla cultura del museo, ma al corpo che \u00e8 \u201cil luogo\u201d nel quale converge il genius loci e la memoria della forza tellurica che sottopone tutto a trasformazione . Quanto, d\u2019altra parte, le citt\u00e0 devastate in et\u00e0 antica dalla potenza catastrofica della natura in Campania siano strettamente correlate alle varie metafore del vulcano, emerge nelle opere che fanno riferimento alla \u2018rovina\u2019 e, altrettanto, all\u2019energia (non solo portatrice di morte) presenti nella collezione Terrae Motus, messa insieme dal gallerista Lucio Amelio a seguito del terremoto del 1980. Qui Paolini e Longobardi, ma anche Carlo Alfano, Ernesto Tatafiore, Richard Long, fra gli altri, negli anni \u201980, si sono confrontati ognuno a suo modo con il tema del frammento a partire da spunti dal modello antico e del reperto naturale . Rimane, dunque, la ricerca di identit\u00e0, l\u2019energia sottesa e la forza visionaria dei reperti a costituire l\u2019aggancio con l\u2019esperienza di luoghi come Pompei ed Ercolano; cos\u00ec nelle sale museali, come anche nell\u2019immagine rifratta di quei temi nei luoghi di transito della citt\u00e0 contemporanea. Lungo le linee della nuova metropolitana, della ferrovia cumana e all\u2019aereoporto di Capodichino, da alcuni anni monumentali fotografie in bianco e nero collocate in ambienti di svincolo, rimandano a queste ricerche che stemperano, tuttavia, gli sguardi privilegiati dei fotografi, dai luoghi mitici a siti meno frequentati dai flussi turistici, come Cuma e i Campi Flegrei. Mimmo Jodice e Luigi Spina , in particolare, hanno rivolto l\u2019obiettivo ai bronzi della Villa dei Papiri di Ercolano, ma anche alla Sibilla cumana e ai reperti archeologici di Bagnoli o di Baia (Jodice), e a quelli di Santa Maria Capua Vetere e di Pitechusa (Spina). La fotografia, cos\u00ec, allarga lo sguardo oltre il mito, si cala nelle zone di luce e ombra anche di luoghi nascosti all\u2019immagine dei capolavori dell\u2019antico, richiamandone sopite suggestioni. Un\u2019 \u201capparizione\u201d sembrano, cos\u00ec, le rovine dell\u2019anfiteatro Campano di Santa Maria Capua Vetere fotografate dal sammaritano Luigi Spina: \u00abspesso le cose te le trovi dinanzi\u00bb &#8211; dice Spina \u2013 ma \u00abla luce, come il tempo, non si decidono, si ricercano\u00bb . E anche l\u2019Afrodite di Capua (fotografata di taglio da Spina) o la Psiche di Capua, presa a modello per le teste di resina dell\u2019artista napoletana Gloria Pastore, vanno cos\u00ec \u201cricercate\u201d, estrapolate dal flusso della storia per essere riconosciute. Entrambe le statue antiche erano state rinvenute nell\u2019anfiteatro campano e sono state poi custodite nel museo archeologico di Napoli, sole, fra tante. Spina dell\u2019Afrodite ritaglia il numero d\u2019inventario, memoria della custodia; Pastore dal calco della testa della Psiche elabora un nuovo universo, fra stratificazione geologica, naturale, e immaginario fantastico al femminile.<\/p>\n<p>Con questa terra ha da sempre dialogato anche Livio Marino Atellano, attento dagli anni \u201990 alle forme dell\u2019antico. Le sue Campanie (titolo emblematico), torsi acefali gravidi di storia, sono figure altere, orgogliose di mantenersi erette come scudi, come Matres matutae o come vulcani, anche connotati da cromatismi aggressivi. Forme del Vesuvio, simbolo di una regione, tanto spesso vittima di una trita oleografia, che si fondono con lo stesso volto dell\u2019artista, spesso ossessivamente reiterato e ingabbiato, o con l\u2019immagine della maschera (anche in riferimento alle antiche fabulae messe in scena ad Atella, sua terra nat\u00eca richiamata ad arricchire la sua firma). Atella, ai margini dei circuiti turistici, ha ispirato pi\u00f9 volte il contemporaneo con intriganti rifrazioni: come negli scatti fotografici di Antonio Biasiucci che nel 2005 presso la Pinacoteca comunale di Sant\u2019Arpino ( presso Caserta) present\u00f2 una mostra intitolata Antonio Biasiucci immagina Atella. Nel Parco Archeologico-ambientale di Atella, pietra, marmo, metallo, tassello, creta, relitto, \u00abi segni materiali di cui \u00e8 fatta l\u2019archeologia, aspettano come nelle favole colui che sa risvegliarli dal loro sonno\u00bb . Questi pu\u00f2 essere l\u2019archeologo, ma anche l\u2019artista che ha letto dentro le vecchie pietre i volti e i frantumi di civilt\u00e0 che il tempo ha sfregiato . L\u2019intervento dell\u2019artista, in casi come questo, si sposa con progetti di promozione del patrimonio archeologico di un\u2019ampia area, ma pu\u00f2 concentrarsi anche a valorizzarne alcuni aspetti, con scelte mirate, come \u00e8 stato per il sito dell\u2019antica Teanum, reinterpretato nel 2006 dall\u2019obiettivo di Luigi Spina . Non lontano da questo, un altro sito lungo il litorale domizio ha avuto bisogno dell\u2019attenzione di un fotografo, come il napoletano Aniello Barone, per uscire dalla \u201cmarginalit\u00e0\u201d: il sito di Liternum divenuto Parco archeologico dal 2009. Tre immagini di grande formato, esposte nel 2012 al centro di una sala del MANN, hanno creato \u00abun percorso metastorico che mette in collegamento i resti antichi alle ciminiere e alle fabbriche di un contesto post industriale\u00bb .<\/p>\n<p>E\u2019 poi di nuovo la fotografia, e questa volta del gi\u00e0 ricordato Luigi Spina, a lenire la ferita dell\u2019abbandono delle centinaia di scatole zeppe di reperti lasciati nei depositi del museo archeologico di Pithecusae, sull\u2019isola di Ischia. Per circa cinquant\u2019anni, dal 1952, l\u2019archeologo Giorgio Buchner aveva scavato raccogliendo moltissimi reperti (oggetti di ogni tipo compresi denti, frammenti di ossa, zolle di terra) avvolti con carte di giornali &#8211; che portano le date dei periodi di scavo \u2013 conservati poi in scatolini pi\u00f9 piccoli costruiti artigianalmente. Con spirito neo-archeologico, Spina ha riesumato queste cassette di custodia fotografandole come quadri incorniciati che aprono ad una \u00abstoria di tempi che si intrecciano\u00bb . C\u2019\u00e8 \u00abun senso terrestre in tutto ci\u00f2. La terra con i suoi ritmi scanditi [\u2026] Il tempo dell\u2019archeologo, il tempo delle cose: riassemblati dal tempo nuovo del fotografo\u00bb , grazie a cui i reperti si espongono come a rinnovate rifrazioni.<\/p>\n<p>Altrettanto accade &#8211; mi sembra \u2013 negli interventi site specific ancora ispirati alla Land Art nella manifestazione annuale che i Campi Flegrei dal 2006 dedicano al rapporto fra antico e contemporaneo: il progetto internazionale Land Art Campi Flegrei, appunto, portato avanti da associazioni locali, \u00abmira a connotare il parco dei Campi Flegrei come museo a cielo aperto e intende valorizzare il potenziale turistico-rurale della zona e coinvolgere le amministrazioni, i produttori locali e la comunit\u00e0, rendendoli protagonisti di una nuova cultura dell\u2019accoglienza\u00bb . Lago d\u2019Averno, Cuma, cratere degli Astroni, sono stati negli anni oggetto d\u2019interventi artistici, il pi\u00f9 delle volte biodegradabili, per stringere in modo pi\u00f9 forte l\u2019antico legame fra territori antichi e natura, per scavare in storie sommerse e nello stesso tempo dare rilievo al paesaggio con i suoi processi naturali di creazione\/distruzione. Cos\u00ec i Breathing Holes, scavati nel 2015 vicino al lago d\u2019Averno dall\u2019artista tedesca <strong>Hella Berent<\/strong>, sono quindici fori nel terreno, forgiati all\u2019interno da supporti di creta e ferro, affinch\u00e9 la terra ricavata dallo scavo intorno alle aperture contribuisse, come valvole di sfogo, a dare \u201crespiro\u201d all\u2019area vulcanica.<\/p>\n<p>Una nuova tendenza a disseppellire, se possibile, l\u2019organicit\u00e0 dell\u2019antico, sull\u2019orlo fra visibile e invisibile, permanente ed effimero, sembra insinuarsi in queste esperienze; soprattutto in casi come quelli illustrati, in un certo senso ai margini dei luoghi simbolici della storia antica: a ribadire &#8211; diremmo su suggerimento del napoletano Gerardo Di Fiore\u2013 le \u201combre\u201d e \u201cl\u2019 inquietudine del classico\u201d. Sin dalla fine degli anni \u201960 quest\u2019artista ha preso \u00abappunti dal classico\u00bb tagliando e ricucendo una nuova materia, soffice e deperibile come la gommapiuma, fino a immaginare di disseppellire frammenti scultorei \u201cmorbidi\u201d dal ventre della terra: pionieristiche sperimentazioni in territorio campano, preludio, evidentemente, delle molte successive proiezioni dal mondo antico disposte a frangersi in imprevedibili direzioni.<\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/www.hellaberent.de\/campano_proiezioni_e_rifrazioni_testo_deprof_gaia_salvatori\">text<\/a> (PDF)<br \/>\n<a href=\"https:\/\/www.hellaberent.de\/campano_2016_programma_conv_roma\">programma<\/a> (PDF)<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>breathing holes for easing earth HellaBerent 2015 detail, Lago Averno, Campi Flegrei, Napoli Proiezioni e rifrazioni: arte contemporanea e volti dell\u2019antico in territorio campano. 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